Ciao amico mio! Cuntrastamu

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Franco Castaldo non c’è più. Per noi non è soltanto la perdita di una delle voci più libere e rigorose del giornalista italiano né soltanto quella della persona che ha guidato questo giornale. Se n’è andato un padre che ci ha forgiato nella tempra e nel carattere e che ci ha messo in mano una tutta la sua vita. Franco ha attraversato decenni di cronaca sempre con lo stesso sguardo: curioso, ostinato, mai accomodante. A Grandangolo ha dato la sua firma e, soprattutto, la sua vita.  Ma Franco non apparteneva solo a Grandangolo. Apparteneva ad una comunità di giornalisti siciliani che oggi gli rendono il doveroso omaggio e tributo. A cominciare da Enrico Deaglio, storico giornalista (La Stampa, Panorama, l’Unità). Deaglio negli anni 90 portò sul grande schermo Franco Castaldo, nella leggendaria trasmissione “Mixer” condotta all’epoca da Giovanni Minoli. Castaldo fece conoscere al grande pubblico la mafia agrigentina. Ecco il ricordo di Deaglio.

“Franco ed io siamo stati grandi amici. Lo conobbi nel 1987, ad una delle mie prime inchieste di un torinese in Sicilia; l’idea era di risalire a che cosa c’era dietro un assegno da un milione di dollari proveniente dal Canada ed incassato da un contadino in una delle tante banchette che “infestavano” l’agrigentino e il trapanese. Era una grande e sconosciuta storia di mafia, protagonista il clan Cuntrera-Caruana di Siculiana, da sovrastanti del feudo del barone Agnello,diventati tra i più grandi broker internazionali dell’eroina e della cocaina con grandi ricchezze che spaziavano dal Canada al Venezuela alla Svizzera. Franco aveva allora 28 anni, gli occhi verdi, si era appena sposato con la più bella in città, giocava a pallone e sapeva tutto. Davvero tutto sulla sconosciuta mafia agrigentina. Ne scriverà, due anni dopo, per il Centro Pasolini di Agrigento, i libro più informato e lungimirante, “Trent’anni di mafia nell’agrigentino”.  Franco fu una delle ragioni per cui mi fermai ad Agrigento per diversi anni, fino a quando le stragi di Palermo si presero la scena. Giravamo, tra cadaveri non eccellenti, tra Raffadali e Palma di Montechiaro, Ribera e Siculiana, Delia e Licata. Mauro Rostagno fu invece ucciso nella non lontana Trapani, nel 1988. Il giudice Livatino nel 1990, le stragi di Porto Empedocle e di Gela sono dello stesso periodo. Franco sosteneva che praticamente tutti gli avvenimenti che hanno distrutto l’Italia erano nati ad Agrigento, dall’edilizia alla finanza, da Sindona al cemento, dal grande traffico di droga all’idea del narcostato. Aveva ragione. Franco credo sia stato il giornalista più coraggioso, testardo, libero e indipendente e per questo minacciato,  che abbia conosciuto in Sicilia. I padroni del suo giornale non lo amavano certo, e così si fece il suo, “Grandangolo” che esce tutt’ora e dove si sono formati molti giornalisti che l’hanno chiamato sempre “maestro”.  Ciao, amico mio! Cuntrastamu.”


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